C’era una volta un polpo innamorato

intervista roberto sammartini

Laura Cortivo

DATA: 27 Novembre 2015

C’era una volta un polpo innamorato pazzo di un pomodorino ciliegino. Un giorno decise di andare a conquistare il suo amato e lo rapì con il suo tentacolo in un abbraccio appassionato.

 


Stiamo leggendo un libro per bambini? No, siamo di fronte a uno scatto di Roberto Sammartini, uno dei più grandi food photographer italiani, direttore creativo di campagne pubblicitarie a livello nazionale e internazionale per importanti brand del mondo food (Ferrero e Buitoni per citarne solo due).
La fotografia di Roberto Sammartini è molto più di un momento immortalato: sono racconti, narrazioni di storie, mondi e universi in cui il protagonista unico e assoluto è il cibo.
20 ore al giorno, una vita intera passata dietro l’obiettivo.
Di lui colpisce la persona prima ancora del professionista: spontaneo, naturale, genuino, disponibile, instancabile, precisissimo. È raro incontrare e confrontarsi con professionisti del suo calibro capaci di porsi sempre e comunque con il sorriso sulle labbra.
Con noi di AD010 Roberto Sammartini collabora ormai da anni: oltre 150 scatti per Di Vita magazine e il sito Casa Di Vita. Un bagaglio importante, importantissimo, diventato il tratto distintivo di questi due progetti editoriali.
Oggi l’ho incontrato per farlo conoscere un po’ anche a voi.

 

Il tuo inizio: da dove nasce la passione per la fotografia?
Nasce prestissimo, quando avevo 8 anni. Appena ho avuto la possibilità di racimolare qualche soldino, ho comprato una reflex usata, una Nikon FE con un 35 mm.

 

Come ti sei accostato al mondo della food photography?
Lavoravo in una litografia e seguivo la prestampa e la relativa stampa su foglio di diverse edizioni tra cui una buona parte di cucina: da lì la prima curiosità per questo mondo, poi con la mia ex compagna ho aperto un’agenzia di fotografia, grafica e impaginazione di progetti editoriali food per grossi editori. In questi ultimi sette anni, dopo aver lasciato l’agenzia, mi sono dedicato allo sviluppo e ricerca delle immagini per campagne e pack per conto di grossi brand del settore food.

 

Hai iniziato con la pellicola?
Sì, ho lavorato molti anni in pellicola con banco ottico formato 10×12 cm, ma, appena usciti i primi dorsi digitali, ne ho subito colto le enormi potenzialità e, a differenza di molti colleghi, me ne sono innamorato. Credo che, al di là dell’aspetto romantico della pellicola, il digitale con i relativi programmi di post-produzione (se usati entrambi bene) possano elevare la fotografia commerciale – e non solo – a un livello più alto sia in termini di qualità che di risultati.
La semplificazione generata dalla tecnologia digitale ha permesso di eliminare parte delle difficoltà della pellicola a vantaggio della qualità delle immagini, e, anche se alcuni colleghi non lo dicono o preferiscono fare i romantici, è innegabile l’aiuto di poter guardare e giudicare l’immagine in diretta, invece di aspettare lo sviluppo.

 

Un fotografo o un pittore che ha influenzato il tuo lavoro.
Sono un grande estimatore dell’arte, della pittura, della scultura, dell’architettura e ovviamente della fotografia. Amo il Rinascimento e il Novecento.
Se devo scegliere alcuni pittori dico Caravaggio per il suo stile drammatico e fotografico, Jan Vermeer per l’autenticità delle sue immagini, Salvador Dalì per aver illustrato l’inconscio e i sogni e per aver “osato”.
Tra i fotografi Chema Madoz e Gilbert Garcin.
Quello che accomuna in qualche modo tutti questi artisti è il forte utilizzo delle tecnologie del proprio tempo. Abbinando scienza, creatività e grande intelligenza, hanno saputo realizzare opere straordinarie che sono diventate fonti d’ispirazione in tutti i campi creativi nonostante alcune di queste abbiano più di 500 anni.

 

Oggi per fare una buona fotografia di food servono: un fotografo, un post produttore e uno stylist culinario. Tu sei tutto questo?
Sì, questo lavoro richiede conoscenze diverse e, per poter essere autonomi e consapevoli di quello che si vuole e si può realizzare, è indispensabile conoscere e approfondire tutte queste professioni.

 

Equilibrio tra estetica e appetizing: qual è il segreto per far sì che un piatto in foto oltre che bello sembri anche buono?
Una grande realtà in un’enorme finzione.

 

Quanto tempo impieghi mediamente per realizzare uno scatto?
In media dalle 2 alle 4 ore. Una volta, a dire il vero, ci sono volute tre settimane…ma il segreto per catturare la “freschezza” è indubbiamente la velocità.

 

Il cibo che preferisci fotografare e quello più difficile.
Adoro creare composizioni di ingredienti semplici (pesce-frutta-verdura).
I cibi più difficili sono senz’altro la carne, per la sua rapida ossidazione, e tutta la categoria dei gelati, che scattati dal vero hanno bisogno di molti espedienti e trucchi perché non si sciolgano all’istante sotto le luci.

 

In questo periodo storico qual è la funzione del fotografo?
Oggi ognuno di noi, anche se a volte inconsapevolmente è diventato un fotoreporter.
Basta pensare a eventi, come situazioni di guerra, catastrofi o semplici momenti di vita quotidiana, che i media ci propinano. Buona parte di questi sono stati ripresi da amatori.
Ho un amico fotografo che si è “fatto realizzare” l’album di matrimonio dagli invitati con i propri telefonini, è venuto fantastico. Il perché? Tutte le persone che si sono riprese erano in quel momento vere, non imbarazzate o intimidite dall’obiettivo del fotografo ufficiale.
Diverso è per chi opera nell’ambito della fotografia commerciale o pubblicitaria: qui non esiste il caso o il momento; ogni immagine viene studiata a tavolino nei minimi particolari, quasi sempre io disegno a matita prima di comporre il set definitivo, l’immagine deve risultare bella ma soprattutto funzionale. Se pensiamo a un packaging quello che può attrarci nell’ultimo metro che separa il consumatore dallo scaffale, specialmente se non si conosce il prodotto, è proprio quell’immagine abbinata al proprio sistem grafico, il risultato può veramente fare la differenza nelle vendite.
Quindi fondamentali sono l’idea, l’armonia della composizione e l’identità che si vuole dare al prodotto rispetto al target del consumatore.

 

Cosa pensi di Foodstagramming, la “mania” di fotografare il cibo e postarlo su Instagram o in generale sui social?
Personalmente non amo i social, non perché li ritenga inutili, anzi, ma per l’abuso che ne è stato fatto. Per quanto riguarda la moda di fotografare il cibo credo sia legata al momento storico: moltissime, troppe le trasmissioni e troppi i personaggi legati al mondo della cucina in tv. Ne è nata una moda e una “certa” cultura dell’estetica del cibo.
Questa moda ha fatto in parte bene al settore food in generale, speriamo presto si tramuti in una vera conoscenza del cibo legata agli aspetti nutrizionali. Solo questo mutamento può giovare al rispetto che il cibo merita.

 

Nikon o Canon?
La mia prima macchina è stata una Nikon.
Ma per realizzare degli still-life occorrono apparecchiature molto diverse da una reflex che, ahimè, ho dovuto abbandonare da tempo.

 

Bianco e nero o colore?
Stupendo il b&w ma nel food il colore è quasi sempre una componente obbligatoria.

 

Un consiglio per chi vuole oggi avvicinarsi alla food photography.
Niente più di una sconfinata curiosità, un’enorme dedizione e un’innata capacità di arrangiarsi.