10 consigli per generare un’esperienza “wow”

Effetto wow - Marketing

Francesca Morandi

DATA: 3 febbraio 2016

Mai come negli ultimi mesi le letture e le esperienze vissute mi hanno aiutato a comprendere in modo così chiaro come dietro a una disciplina come il marketing ci sia una doppia natura: quella economico-giuridica da una parte e quella esperienziale, relazionale, psicologica, sociologica, umanistica dall’altra.

Per alcuni di voi questo potrebbe sembrare antitetico, per altri ovvio… Per me è QUI, proprio qui che si giocano le potenzialità di questa disciplina, che già oggi è molto più di una semplice divisione aziendale e che domani si prepara a guidare la strategia delle aziende.

Economico e umanistico non sono gli unici apparenti ossimori in cui capita sempre più spesso di “inciampare” a chi fa questo lavoro. Vediamone altri:
.Online/offline
.Virtuale/reale
.Digitale/Fisico
.Big data/neuroscienza
.Numeri/significati
Potrei continuare all’infinito, ma ciò che conta è capire come nell’integrazione di questi estremi, nella capacità di far convivere in maniera libera e consapevole questi diversi aspetti, ci sia la possibilità di stabilire un vantaggio competitivo.
Mi piace per esempio pensare di passare dai numeri ai significati per poi dare nuovi significati ai numeri. Ritornare a quello che c’era prima ma con occhi e interpretazioni nuove, più ricche.

 

Un’altra consapevolezza maturata negli ultimi mesi riguarda quello che ricerca un cliente/persona, che, come essere umano, sceglie di “vivere” un’experience e non più solo di “consumare” un prodotto/servizio.
E con experience non intendo un’esperienza qualunque (concetto ormai superato), ma l’esperienza “wow”, possibile solo quando un brand agisce a livello di inconscio, quando intraprende la strada di una ricerca non convenzionale, quando le aspettative sono superate e non più solo soddisfatte.

 

Non posso a questo punto non ricordare come – fatalità – questo concetto sia rappresentato da una delle parole che mi ha sempre affascinato, sin da quando ero piccola. Parola poco utilizzata nella lingua parlata e scritta, ma con una spiccata aurea di mistero e una notevole capacità seduttiva.
Si tratta di una parola che sta arrivando a me con una certa frequenza negli ultimi mesi.
Una parola che è anche sensazione, che amo ricercare e vivere come persona.
INCANTO = MERAVIGLIA, STUPORE, FASCINAZIONE
Incanto è quello che oggi la persona ricerca e quando un brand riesce a profonderlo, ha vinto.

 

ECCO COME È POSSIBILE GENERARE INCANTO:

1. PARTIRE DAL PERCHÉ
Solo chi è mosso da un perché, da una missione più alta può farcela.
Chiedersi: perché lo fai? La risposta non può essere il profitto, che (al contrario) è la ricompensa.

 

2. CURARE LA RELAZIONE ANCORA DI PIÙ DEL CONTENUTO
Creare una relazione forte è indispensabile per generare fiducia, la più alta forma di motivazione umana. E motivare – lo sappiamo – è diverso da incentivare.

 

3. PREDILIGERE LA FREQUENZA ALL’INTENSITÀ
Il brand deve instaurare con i consumatori un rapporto continuativo, nutriente.

 

4. DISOBBEDIRE SEMPRE
a quello che è già stato, ai luoghi comuni, al “tanto è sempre stato così”, a chi ci ricorda ogni giorno che quella determinata cosa è impossibile.

 

5. TROVARSI DEI BUONI ALLEATI
che condividano con te il perché.

 

6. ESSERE ESEMPI, INCARNARE I VALORI E NON SOLO PREDICARLI
Oggi il consumatore è attento e il tradimento della promessa non viene perdonato.
Essere cosa fai, fare ciò che sei.

 

7. SPERIMENTARE LA GRATITUDINE
Il modo migliore per ricevere una cosa è imparare a farla.

 

8. MONITORARE
Farsi sempre delle domande, mettersi in ascolto.

 

9. RICORDARSI DELLE PICCOLE SORPRESE PERSONALIZZATE
Un sorriso, una telefonata, un gesto inaspettatato e personalizzato rimane nella memoria della persona che lo riceve, sempre.

 

10. FARSI DONO
Fare in modo di essere sempre migliori con se stessi e di conseguenza con gli altri e quindi fare in modo che dallo scambio si esca arricchiti.

 

Un esempio in tal senso è stato cenare da Rosa Rosae, un ristorante immerso nella campagna trevigiana. I tempi di attesa per una cena variano da due a tre mesi e ancor prima di varcare la porta d’ingresso ci si può rendere conto che lì il business trae origine dal valore e da una grande passione che pervade i proprietari.
Ogni particolare è curato nel minimo dettaglio (la differenza che fa la differenza), l’atmosfera che si respira è coinvolgente e unica, le persone che ti accolgono hanno un sorriso vero e gli occhi che brillano perché felici di essere lì e ora.
Ecco alcune foto:

Ripensando a queste due consapevolezze maturate in me negli ultimi mesi, torna alla mia mente un concetto non nuovo, definito da John Naisbitt nel libro Megatrends nel 1982: “HIGH TECH – HIGH TOUCH” (altro apparente ossimoro), formula usata per descrivere il modo in cui rispondiamo alla tecnologia. Ogni volta che una nuova tecnologia viene introdotta nella società, ci deve essere il contrappeso di una spinta umana che ristabilisce l’equilibrio – cioè high touch – altrimenti la tecnologia viene respinta.

[Tweet “Più c’è high tech, più occorre high touch.”]
E mai c’è stata crescita accelerata della tecnologia come oggi, per cui mai come oggi c’è bisogno di touch, di spiritualità, di sensibilità, di tempo, di un sorriso, di una stretta di mano, di occhi che brillano, di arte, di letteratura, di bellezza, di INCANTO.
Che bella sfida.

 

Mi hanno ispirato:
Riflessioni per il terzo millennio http://www.oscardimontigny.it/
S. Covey, “Le sette regole per avere successo”
P. Paoletti, “21 Minuti – I Saperi dell’Eccellenza”
D. Carnergie, “Come trattare gli altri e farseli amici”
G. Lisi, “Loveting”
Giornate di vita vissuta in agenzia con colleghi, clienti speciali e formatori